Infortuni sul lavoro?

29 gennaio 2009

Qualcuno mi sa spiegare perché i film che ogni pomeriggio vengono trasmessi da Rete4 siano sponsorizzati dall’INAIL? L’INAIL non è propriamente la Rovagnati, non ha bisogno di visibilità per imporsi su una concorrente. Chiunque lavori legalmente in Italia paga ed è tutelato dall’INAIL che lo voglia o meno. Al più ci si aspetterebbe dall’Istituto informazioni sulla prevenzione sul posto del lavoro. O sono infortunate le casse di Mediaset?

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Ta douleur

29 gennaio 2009

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Basterebbe svegliarsi presto qualche volta…

IT IS DIFFICULT

27 gennaio 2009

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Durante il fine settimana ero a Milano e ho visitato la mostra IT IS DIFFICULT di Alfredo Jaar. L’attività di Jaar è di denuncia e centrale alla mostra milanese è il genocidio in Ruanda. Denuncia perché oggi poco si ricorda di questa tragedia mentre, per assurdo, e la mostra lo sottolinea, delle vicende di OJ Simpson che accadevano in quelle stesse settimane (sì, settimane, non giorni) a tutti ritorna in mente qualcosa. Le fotografie giocano un ruolo importante in questo suo progetto. Jaar fugge dal voyeurismo delle tragedie. Non fotografa cadaveri, fosse comuni, strumenti di morte, mutilati. Le sue sono fotografie di paesaggi deserti, nuvole, ritratti. Quando si reca sul luogo di un massacro, quello della chiesa di Ntarama ad esempio, fotografa una nuvola solitaria che fluttua sopra la chiesa. Questo apparente pudore non è impiegato per rendere la documentazione pulita o fruibile senza increspare la superficie. Anzi, l’effetto umilia. Alla fine della mostra si viene condotti attraverso un corridoio nero con impresso su un lato in bianco su un’unica riga in, al massimo, corpo 20 le seguenti parole:

Gutete Emerita, 30 years old, is standing in front of a church where 400 Tutsi men, women and children were systematically slaughtered by a Hutu death squad during Sunday mass. She was attending mass with her family when the massacre began. Killed with machetes in front of her eyes were her husband Tito Kahinamura, 40, and her two sons, Muhoza, 10, and Matirigari, 7. Somehow, Gutete managed to escape with her daughter Marie-Luise Unumararunga, 12. They hid in a swamp for three weeks, coming out only at night for food. Her eyes look lost and incredulous. Her face is the face of someone who has witnessed an unbelievable tragedy and now wears it. She has returned to this place because she has nowhere else to go. When she speaks about her lost family, she gestures to corpses on the ground, rotting in the African sun. I remember her eyes. The eyes of Gutete Emerita.

Questo ci introduce all’opera The Eyes of Gutete Emerita (1996). Una tavola illuminata con migliaia di diapositive degli occhi di Gutete Emerita. Tutte uguali. Accatastate come i cadaveri che abbiamo preferito ignorare.

www.alfredojaar.net

Quando Greenaway dimostra cosa è un finale.

Parole povere

21 gennaio 2009

Sono giorni di memorie. Ho difficoltà a raccontarmele a me stesso, intanto faccio affidamento a questa poesia di Pierluigi Cappello:

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo

l’altro mette il portafoglio nero

nella tasca di dietro dei pantaloni di lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita

la vestaglia a fiori tenui

la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega

e sa di segature e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido

perché un tronco gli ha schiacciato il braccio

ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato

e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata

e quando si alza ha la manica della giacca strappata

e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie

con un fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera

Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale

con una scatola di scarpe sottobraccio

aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato

zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi l’occhio con il palmo

mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti

anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere

sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello

da mettere sulla sua catasta nel bosco

non toccarli fatica farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo

da mettere sotto la catasta e il cartello di prima

ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto

e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera

dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande

e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato

una notte freddissima d’inverno

le scarpe nella neve

i disegni della neve sul petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso

ma d’inverno è bello quando si confondono

l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie

mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta

voi dicete sempre da livorare

ma non dicete mai venite a tirar paga

ingegnere, ha detto. Ed è già

il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino

gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio

e si è fatto in casa una canoa troppo grande

che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso

in questo fioco di luce premuta dal buio

ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere

al parola amen

perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen

perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra

e di pietà dentro il silenzio

ma io non la metterei la parola amen

perché non ho nessuna pietà di voi

perché ho soltanto i miei occhi nei vostri

e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

matteo1

Fiori rotti

21 gennaio 2009

Ho dovuto fare molti chilometri in automobile la settimana scorsa. Dopo aver visto Broken Flowers di Jim Jarmusch non riesco a fare a meno ascoltare Mulatu Astatke mentre viaggio. Nel film Winston regala a Don Johnston un CD con la musica di questo jazzista etiope. Fantastico. Fa perfino diminuire le bestemmie che tiro agli altri automobilisti.

Parlare di Gaza 2

14 gennaio 2009

Pochi post fa ho denunciato la mia incapacità di parlare di Gaza. Nel territorio di Gaza sono presenti esponenti dell’International Solidarity Movement. Hanno conquistato le notizie qualche settimana fa avendo forzato il blocco israeliano attorno a Gaza con un peschereccio carico di medicinali e di attivisti. Fra le persone a bordo si trovava Vittorio Arrigoni che scrive quotidianamente un diario di quello che succede a Gaza da dentro Gaza.

Questa sua voce si può trovare ogni giorno sulla prima pagina del Manifesto e, in ritardo di un giorno qua

http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Sento il bisogno di fare pubblicità a questa persona perché è stato fatto oggetto di minacce da parte di un sito web http://www.stoptheism.com/ che chiede esplicitamente che sia oggetto dell’interesse dell’aviazione israeliana.

Continuo a restare senza parole adeguate.