Parole povere

21 gennaio 2009

Sono giorni di memorie. Ho difficoltà a raccontarmele a me stesso, intanto faccio affidamento a questa poesia di Pierluigi Cappello:

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo

l’altro mette il portafoglio nero

nella tasca di dietro dei pantaloni di lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita

la vestaglia a fiori tenui

la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega

e sa di segature e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido

perché un tronco gli ha schiacciato il braccio

ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato

e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata

e quando si alza ha la manica della giacca strappata

e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie

con un fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera

Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale

con una scatola di scarpe sottobraccio

aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato

zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi l’occhio con il palmo

mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti

anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere

sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello

da mettere sulla sua catasta nel bosco

non toccarli fatica farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo

da mettere sotto la catasta e il cartello di prima

ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto

e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera

dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande

e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato

una notte freddissima d’inverno

le scarpe nella neve

i disegni della neve sul petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso

ma d’inverno è bello quando si confondono

l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie

mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta

voi dicete sempre da livorare

ma non dicete mai venite a tirar paga

ingegnere, ha detto. Ed è già

il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino

gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio

e si è fatto in casa una canoa troppo grande

che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso

in questo fioco di luce premuta dal buio

ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere

al parola amen

perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen

perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra

e di pietà dentro il silenzio

ma io non la metterei la parola amen

perché non ho nessuna pietà di voi

perché ho soltanto i miei occhi nei vostri

e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

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4 Responses to “Parole povere”

  1. toni Says:

    niente male. Dove li scopri certi autori di nicchia? Certo che nel triveneto gira della roba che rimane solo lì: sarà effetto della politica autonoma?

  2. enzopenzo Says:

    Ho trovato l’ultima parte di questa poesia nel libro di Tullio Avoledo “La ragazza di Vajont”. Mi fa venire i brividi perché la vita del paese è tutta qua. Quei racconti che ormai sono diventati una mia esperienza a forza di sentirli “contare”. Potrei cambiare di poco le vicende e chiunque di Stenico direbbe che fa parte del proprio patrimonio.

  3. toni Says:

    Bene, allora adesso non puoi più scappare alla forza popolana incastonata in una notevole retorica poetica dei versi di Zavattini. “Stricarm in d’na parola” (stringermi in una parola). Superato l’impatto con un dialetto diverso e bassopadano, godrai di tutta la bellezza (nonché tragica comicità) che hai potuto assaporare ne “La veritàaaa”.
    Io intanto mi segno il nome di questo poeta tridentino.

  4. enzopenzo Says:

    Cappello è friulano.

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