Ces petits riens

12 febbraio 2010

Un giorno così.

Annunci

Classifica 2009/libri

10 febbraio 2010

  1. Herta Müller, Il paese delle prugne verdi, Keller
  2. Lev Nikolaevič Tolstoj, Guerra e pace, Mondadori
  3. Kari Hotakainen, Via della Trincea, Iperporea
  4. Boris Pahor, Una primavera difficile, Zandonai
  5. Ken Kesey, One Flew Over the Cuckoo’s Nest, Picador
  6. Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondadori
  7. Gabriel García Márquez, Cronaca di una morte annunciata, Mondadori
  8. Roberto Bolaño, 2666, Adelphi
  9. Georges Simenon, I Pitard, Adelphi
  10. Aleksandr Isàevič Solženicyn, Una giornata nella vita di Ivàn Denisovič, Newton Compton
  11. Francisco Coloane, Capo Horn, TEA
  12. Raymond Queaneau, Troppo buoni con le donne, Einaudi
  13. Michel Houellebecq, La possibilità di un isola, Bompiani
  14. Slavoj Žižek, In difesa delle cause perse, Ponte alle Grazie
  15. G.K. Chesterton, The Napoleon of Notting Hill, Wordsworth
  16. Gabriele D’Annunzio, Il piacere, Giunti
  17. Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi
  18. Georges Simenon, Senza via di scampo, Adelphi
  19. Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese, Adelphi
  20. Luis Sepúlveda, L’ombra di quello che eravamo, Guanda



Tonidalla mi spedisce questa poesia e contemporaneamente mi ricorda che ho un blog e che devo rispondergli a tono. Intanto gli pubblico il testo che lui dice “partorito dalla notte brava in malacompagnia tua”:

È cominciato il turno del capro espiatorio

La scena s’apre su un locale affollato e maleodorante,

uno di quei locali dove le donne son nate stanche

e gli uomini sbiascicano bestemmie e si danno affanculo

l’un l’altro. Uno ha un’espressione beffarda da paraculo,

sta piegato sul bicchiere come se lì dentro ci fosse

una tv, e ogni tanto alza lo sguardo e imprime certe scosse

alla mascella come a dire “sentito che roba?”; perso

nel rosso ha un altro il sentimento: nel sangiovese è sommerso,

e chissà se lo ripesca. Il vino bolle come vin brulé,

ma negli stomaci ché poi nell’intestino fa da relè

e ti caghi addosso, mentre il pentolone rimane vuoto,

una cassa del mutuo soccorso per disgraziati: è d’uopo

averne cura quando manca il bisogno. Quello coi baffi

che si è perato per trent’anni, talmente magro da schiaffi,

ammicca al barista che attacca il turno, come si svegliasse

in quel momento, ad alta e allegra voce: «Era ora arrivasse:

è cominciato il turno del capro espiatorio»; giù a ridere

tutti, anche gli irlandesi. E questo, il barista, birra da bere

dà a quelli, gli irlandesi, vino ai disperati e l’acquavite

a chi vuol lasciar l’anima sul selciato, peritonite

acuta che se ne va con gli spaghetti dell’ora prima,

e tutto per averne in cambio un abbraccio ubriaco. Mima

qualcosa quello con la faccia gonfia, forse rifà il verso

all’inglese strisciato dell’irlandese che con le braccia

capisce, a spanne misura i galloni buttati giù, scaccia

chi non gli piace e non riesce a centrarti gli occhi quando tenta

di articolare verbo. Intanto, le donne («sì, la giumenta»)

sono andate; restano avanzi di sconfitta nelle medie

di birra: nell’angolo, uno col culo occupa due sedie

e cerca gli acari negli interstizi del bancone, così

da vicino che non gli possono sfuggire. Lì sotto, lì,

dove i suoi piedi tendono a zoommarsi, mette a nudo un secchio

il barista: «Qui dentro, se proprio». Nel fondo di uno specchio

quello ci si riconosce e corre fuori, schivando la cler,

a rallegrare il porticato di un pasto completo, Cynar

compreso: una trentina di euro regalati al porfido,

più quelli bevuti fanno un risveglio dissonante in fa-do

il giorno che viene. Intanto è notte fonda, come il nocino

nera, ed è il caso di spegnersi, in tutto; resta il lampioncino

fuori dal locale ad indicare che, lì dentro, un popolo

ha gioito e pianto e ha chiuso la scena con un grappolo

d’uva in mano.

Tonidalla