Tonidalla mi spedisce questa poesia e contemporaneamente mi ricorda che ho un blog e che devo rispondergli a tono. Intanto gli pubblico il testo che lui dice “partorito dalla notte brava in malacompagnia tua”:

È cominciato il turno del capro espiatorio

La scena s’apre su un locale affollato e maleodorante,

uno di quei locali dove le donne son nate stanche

e gli uomini sbiascicano bestemmie e si danno affanculo

l’un l’altro. Uno ha un’espressione beffarda da paraculo,

sta piegato sul bicchiere come se lì dentro ci fosse

una tv, e ogni tanto alza lo sguardo e imprime certe scosse

alla mascella come a dire “sentito che roba?”; perso

nel rosso ha un altro il sentimento: nel sangiovese è sommerso,

e chissà se lo ripesca. Il vino bolle come vin brulé,

ma negli stomaci ché poi nell’intestino fa da relè

e ti caghi addosso, mentre il pentolone rimane vuoto,

una cassa del mutuo soccorso per disgraziati: è d’uopo

averne cura quando manca il bisogno. Quello coi baffi

che si è perato per trent’anni, talmente magro da schiaffi,

ammicca al barista che attacca il turno, come si svegliasse

in quel momento, ad alta e allegra voce: «Era ora arrivasse:

è cominciato il turno del capro espiatorio»; giù a ridere

tutti, anche gli irlandesi. E questo, il barista, birra da bere

dà a quelli, gli irlandesi, vino ai disperati e l’acquavite

a chi vuol lasciar l’anima sul selciato, peritonite

acuta che se ne va con gli spaghetti dell’ora prima,

e tutto per averne in cambio un abbraccio ubriaco. Mima

qualcosa quello con la faccia gonfia, forse rifà il verso

all’inglese strisciato dell’irlandese che con le braccia

capisce, a spanne misura i galloni buttati giù, scaccia

chi non gli piace e non riesce a centrarti gli occhi quando tenta

di articolare verbo. Intanto, le donne («sì, la giumenta»)

sono andate; restano avanzi di sconfitta nelle medie

di birra: nell’angolo, uno col culo occupa due sedie

e cerca gli acari negli interstizi del bancone, così

da vicino che non gli possono sfuggire. Lì sotto, lì,

dove i suoi piedi tendono a zoommarsi, mette a nudo un secchio

il barista: «Qui dentro, se proprio». Nel fondo di uno specchio

quello ci si riconosce e corre fuori, schivando la cler,

a rallegrare il porticato di un pasto completo, Cynar

compreso: una trentina di euro regalati al porfido,

più quelli bevuti fanno un risveglio dissonante in fa-do

il giorno che viene. Intanto è notte fonda, come il nocino

nera, ed è il caso di spegnersi, in tutto; resta il lampioncino

fuori dal locale ad indicare che, lì dentro, un popolo

ha gioito e pianto e ha chiuso la scena con un grappolo

d’uva in mano.

Tonidalla

Gioia e rivoluzione

13 giugno 2009

Gioia e rivoluzione

Canto per te che mi vieni a sentire
suono per te che non mi vuoi capire
rido per te che non sai sognare
suono per te che non mi vuoi capire
nei tuoi occhi c’è una luce
che riscalda la mia mente
con il suono delle dita
si combatte una battaglia
che ci porta sulle strade
della gente che sa amare
che ci porta sulle strade
della gente che sa amare
il mio mitra è un contrabbasso
che ti spara sulla faccia
che ti spara sulla faccia
ciò che penso della vita
con il suono delle dita si combatte una battaglia
che ci porta sulle strade
della gente che sa amare

Questa canzone è stata la mia introduzione agli AreA. Era la sigla d’apertura della trasmissione Pulsione di morte, programma radiofonico del gruppo/antigruppo omonimo di cui ero membro/antimembro nella Bologna all’inizio degli anni novanta (diobbono, il secolo scorso!)

San Patrizio

17 marzo 2009

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Ricordo di un San Patrizio di quindici anni fa.

Studiavo a Bologna e un venerdì sera andai al circolo ARCI la Vereda per una festa di San Patrizio. La classica festa di San Patrizio: birra, musica irlandese, tutto e tutti dipinti e vestiti di verde. Anch’io, delle mie amiche mi avevano colorato viso e capelli di verde smeraldo. All’epoca tornavo ogni sabato in Trentino per lavorare per cui le uscite di venerdì si prolungavano sempre fino alle sei del mattino quando avrei preso il treno per tornare a casa. Così anche quel, ormai, sabato mattina. L’unica differenza fu l’arrivo a casa: aprii la porta e vidi nello specchio la mia faccia e i miei capelli verdi. Avevo preso l’autobus notturno fino alla stazione, preso il biglietto, accomodato in scompartimento, sceso dal treno, camminato fino alla stazione delle corriere di Trento, preso un altro biglietto, seduto in corriera, sceso dalla corriera, attraversato Ponte Arche, fatto autostop fino a Stenico e nessuno che avesse fatto un commento.

La settimana seguente volli ripetere l’esperimento: partii con il pisello di fuori.

Fui trattenuto per due ore dalla polfer di Bologna.

The Queen is Dead

27 febbraio 2009

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Un post letto qua mi porta indietro di qualche anno.

Devo aver avuto 16 anni. Non riuscivo a sopportare il fatto che l’universo musicale si riducesse alle due radio che si potevano ricevere a Stenico: Radio Emanuela (con conseguente Hotel California in continuazione, mai che gli si sia rovinato quel disco) e Radio tg8. Non avevo ancora capito che esisteva Rai Stereo Notte. Ma avevo capito che mettendo la radio sullo scaffale più alto della libreria di camera mia, piegando l’antenna in una certa maniera, tenendo il dito sulla girella della frequenza e piegando il busto leggermente in avanti potevo accedere alla contemporaneità: Radio Deejay.

Ora, ammetto che Radio Deejay non fosse un grande balzo in avanti. Ma in mezzo ai Tracy Spencer, Erasure, Bananarama, Howard Jones, Sandy Marton a un certo punto passa un pezzo degli Smiths. Non mi ricordo quale fosse ma mi ricordo che ho pensato “questi sono diversi”. Deve essere stato un errore di programmazione, perché nonostante le playlist ripetitive di Radio Deejay non li sentì più. L’unica soluzione fu quindi di marinare scuola una mattina e prendere la corriera andare a Trento e prendermi un loro disco. Al De Marco non avevano niente ma al Domolux sì. Un’unica copia di “The Queen is Dead”.

Mentre tornavo a Stenico in corriera mi rigiravo tra le mani la copertina con Alain Delon (Il ribelle di Algeri) e leggevo i testi e mi dicevo “questi sono diversi”.

So I broke into the Palace, with a sponge and a rusty spanner…

Così mi sono ritrovato a imparare a memoria tutti i testi degli Smiths. E tutto questo aveva un unico scopo. Cantarli a squarciagola in compagnia di Gattomur in buona parte delle piazze storiche di Bologna.