Milano è anche bella

6 aprile 2010

Mercoledì scorso ho visitato Milano, più per vedere la mostra di Egon Schiele (ah, Egon Schiele!), che per la città. Ma mercoledì era anche una giornata degli stupendi cieli azzurri, di quelli che ti maledici per avere scordato la fotocamera a casa. Così, invece di mostrare uno scorcio di piazza del Carmine scattato con la mia mente e che non si può downloadare, devo mettere un autoritratto di Schiele (ah, Egon Schiele!). Questo per dire che la mostra a Palazzo Reale, Schiele e il suo tempo,  vale la pena di essere visitata. Così come vale la pena andare a mangiare da Dongiò. E non sono nemmeno da disprezzare tutta una serie di locali che hanno la compiacenza di servire bevande ristorative, compresa una incongruente pinta di Forst sorbita in un pub irlandese.

IT IS DIFFICULT

27 gennaio 2009

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Durante il fine settimana ero a Milano e ho visitato la mostra IT IS DIFFICULT di Alfredo Jaar. L’attività di Jaar è di denuncia e centrale alla mostra milanese è il genocidio in Ruanda. Denuncia perché oggi poco si ricorda di questa tragedia mentre, per assurdo, e la mostra lo sottolinea, delle vicende di OJ Simpson che accadevano in quelle stesse settimane (sì, settimane, non giorni) a tutti ritorna in mente qualcosa. Le fotografie giocano un ruolo importante in questo suo progetto. Jaar fugge dal voyeurismo delle tragedie. Non fotografa cadaveri, fosse comuni, strumenti di morte, mutilati. Le sue sono fotografie di paesaggi deserti, nuvole, ritratti. Quando si reca sul luogo di un massacro, quello della chiesa di Ntarama ad esempio, fotografa una nuvola solitaria che fluttua sopra la chiesa. Questo apparente pudore non è impiegato per rendere la documentazione pulita o fruibile senza increspare la superficie. Anzi, l’effetto umilia. Alla fine della mostra si viene condotti attraverso un corridoio nero con impresso su un lato in bianco su un’unica riga in, al massimo, corpo 20 le seguenti parole:

Gutete Emerita, 30 years old, is standing in front of a church where 400 Tutsi men, women and children were systematically slaughtered by a Hutu death squad during Sunday mass. She was attending mass with her family when the massacre began. Killed with machetes in front of her eyes were her husband Tito Kahinamura, 40, and her two sons, Muhoza, 10, and Matirigari, 7. Somehow, Gutete managed to escape with her daughter Marie-Luise Unumararunga, 12. They hid in a swamp for three weeks, coming out only at night for food. Her eyes look lost and incredulous. Her face is the face of someone who has witnessed an unbelievable tragedy and now wears it. She has returned to this place because she has nowhere else to go. When she speaks about her lost family, she gestures to corpses on the ground, rotting in the African sun. I remember her eyes. The eyes of Gutete Emerita.

Questo ci introduce all’opera The Eyes of Gutete Emerita (1996). Una tavola illuminata con migliaia di diapositive degli occhi di Gutete Emerita. Tutte uguali. Accatastate come i cadaveri che abbiamo preferito ignorare.

www.alfredojaar.net

A [edz]

8 gennaio 2009

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La foto che vedete mi è capitata tra le mani questa mattina. La scattò il mai troppo rimpianto Mario Crosta. Siamo ritratti io e [edz] ad una fiera agricola ad Avellengo. Penso sia l’anno 1997.

Quando, una ventina d’anni fa, cominciai a frequentare la provincia di Bolzano con una certa assiduità, mi accadde di essere vittima del suo fascino. Mi appariva una provincia insieme non-euclidea, nordica, medievale, garbata: la aromatizzava un incenso di spente gerarchie ecclesiastiche, tutto pareva nobile, rurale e insieme moderno. La terra lungo l’Adige e tra i monti vantava una storia intellettuale recente di singolare prestigio; la sua storia morale era quanto di meno italiano o austriaco si potesse immaginare. Era una provincia con Lederhosen e palette dei carabinieri, gourmand, tradizionale e illuminista. Avevo alle mie spalle, come esperienza di vita, lo sgangherato Trentino, ambiguamente riassunto nell’alleanza di strangolapreti, Campana dei Caduti, Marilleva 2000; e mi ritrovavo in una geometrica biblioteca, pensosa e affollata di fronti spaziose, sommessa e d’avanguardia. Un centro europeo che appariva curiosamente appartato, non si sa se offeso o deluso o solamente inteso alle proprie indagini severe. Il resto d’Europa, sembrava suggerire quel contegno, era più o meno portineria; ma lei, Athesis, abitava al piano nobile.

Veramente, le mie prime impressioni attorno agli abitanti della provincia di Bolzano tutto mi avevano provocato fuorché rispetto per i nazionalismi incrociati. Volitivi oratori curiosamente somiglianti a Krapp. Un pronome di possesso trasformato da un odioso vocativo di bambini viziati nell’acronimo del Piccolo Chimico Reloaded. Arrivando a Bolzano mi chiedevo: che potevano capire questi uomini severi e lievemente pomposi della loro provincia così pomposa e nient’affatto severa? Certo non avevano la mano leggera: ma non erano discendenti di montanari, militari e parenti di ecclesiastici? Certo, non erano dei voluttuosi, dei languidi: ma non avevano una solida grazia pascaliana, o una laica probità altoborghese? Ad avere nari specialmente arbitrarie non si poteva cogliere un brumoso sentore di anseatico cattolico, una squisitezza da Thomas Mann? Il Sudtirolo era una provincia nordica spinta troppo a sud dall’ultima glaciazione, un nobile regalo ad una nazione inguaribilmente meridionale.

Ogni città caldeggia un mito di se stessa: ovviamente una mistificazione ma non infondata né interscambiabile. Non posso chiamare Roma “fervida di operosità” né Milano “cinica e sorniona”, non posso compiacermi della “grassa cucina genovese” né deplorare la cauta avarizia bolognese; Bolzano non è cordiale, chiassosamente bigotta, come Napoli non è nota per il suo gelido aplomb. Bolzano è seria, per bene, operosa, ha stile, è colta, ha classe, è elegante, è discreta, è cortese, è all’avanguardia, è una capitale di un piccolo principato, che ha custodito solo l’anima contadina, pur bandendo i letamai dalla città.

Col tempo l’immagine altoatesina del Sudtirolo (o sudtirolese dell’Alto Adige?) ha subito una lenta ma chiara evoluzione. Il suo mito ha svelato, anno dopo anno la sua ambiguità; dalla cortesia trasuda qualcosa che sa di paura, la discrezione sfuma nella reticenza, lo stile si coagula in una sommessa omertà, la prestigiosità tecnica offre una base intellettuale ad un razzismo di classe, che è “bianco”, coloniale. L’unica qualità in cui pertinenza e duplicità si saldano è nel “per bene” sudtirolese, una correttezza lievemente, quasi fintamente irrigidita. Colpisce il visitatore il suo fastidio per gli anfibi, per i languori che non siano almeno impreziositi dal peccato, l’incomprensione per l’indulgenza, praticabile ma non teorizzabile.

Talora gli abitanti della provincia scrivono ai giornali. Io ho un amico, meranese, che talora mi legge dei brani scegliendo di volta in volta il più appropriato schietto accento locale; io provo la stessa sensazione lancinante che deve sconvolgere i cani sensibili quando ascoltano uno straziante suono di violino, e guaiscono impotenti. Citerò due esempi, a memoria, e dunque con qualche imprecisione. Economia e funzionalità: esiste su una statale dolomitica un catastrofico “chilometro della morte”; un lettore scrive proponendo che, almeno, lo si renda esente da divieti di parcheggio e limiti di velocità: “gli automobilisti saranno riconoscenti”. Per un titolo del Dolomiten brissinesi arrestati a Bilbao (Spagna), un lettore protesta: “tutti i brissinesi arrestati in Spagna risultano essere assenti dalla nostra provincia da almeno sei anni”.

Scriveva Karl Kraus che quel che ripugna nello sciovinismo non è l’odio per le patrie altrui, quanto l’amore per la propria.