Santiago Nasar se ne andò. La gente si era sistemata nella piazza come nei giorni di sfilata. Tutti lo videro uscire, e tutti capirono che già sapeva che lo avrebbero ammazzato, ed era così sconcertato che non trovava la strada di casa sua. Dicono che qualcuno gridò: «Non da lì, turco, per il porto vecchio». Santiago Nasar cercò la voce. Yamil Shaium gli gridò che si rifugiasse nel suo negozio, ed entrò a cercare il fucile da caccia, ma non ricordò dove aveva nascosto le cartucce. Cominciarono a gridargli da tutte le parti, e Santiago Nasar fece vari giri avanti e indietro, abbacinato da tante voci tutte insieme. Era evidente che si dirigeva verso casa sua dalla porta della cucina, ma d’un tratto dovette rendersi conto che era aperta la porta principale.

«Eccolo» disse Pedro Vicario.

Entrambi l’avevano visto nello stesso momento. Pablo Vicario si tolse la giacca, la posò sulla spalliera della sedia, e scartò il coltello a forma di scimitarra. Prima di staccarsi dal negozio, senza alcun accordo tra loro, entrambi si fecero il seno della croce. Allora Clotilde Armenta afferrò Pedro Vicario per la camicia e gridò a Santiago Nasar che corresse perché lo avrebbero ammazzato. Fu un grido così pressante che spense tutti gli altri. «Dapprima si spaventò» mi disse Clotilde Armenta, «perché non sapeva chi gli stava gridando, né da dove». Ma quando la vide, vide anche Pedro Vicario, che la gettò a terra con uno spintone, e raggiunse il fratello. Santiago Nasar era a meno di 50 metri da casa sua, e corse verso la porta principale.

[Cronaca di una morte annunciata, Gabriel Garcia Márquez]

Così come Santiago Nasar quante cose si avvicinano disordinatamente alla soluzione sbagliata: democrazia, ambiente, economia, energia, etica. In Italia abbiamo l’imbarazzo della scelta, le soluzioni proposte dal governo – talvolta appoggiate da parte dell’opposizione – vanno nella direzione che porta ai coltelli dei fratelli Vicario: parlamento svuotato delle sue prerogative, nessun piano ambientale, nessuna riorganizzazione della struttura finanziaria, ritorno al nucleare, etica affidata al Vaticano. Cercasi deviazione.

The Queen is Dead

27 febbraio 2009

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Un post letto qua mi porta indietro di qualche anno.

Devo aver avuto 16 anni. Non riuscivo a sopportare il fatto che l’universo musicale si riducesse alle due radio che si potevano ricevere a Stenico: Radio Emanuela (con conseguente Hotel California in continuazione, mai che gli si sia rovinato quel disco) e Radio tg8. Non avevo ancora capito che esisteva Rai Stereo Notte. Ma avevo capito che mettendo la radio sullo scaffale più alto della libreria di camera mia, piegando l’antenna in una certa maniera, tenendo il dito sulla girella della frequenza e piegando il busto leggermente in avanti potevo accedere alla contemporaneità: Radio Deejay.

Ora, ammetto che Radio Deejay non fosse un grande balzo in avanti. Ma in mezzo ai Tracy Spencer, Erasure, Bananarama, Howard Jones, Sandy Marton a un certo punto passa un pezzo degli Smiths. Non mi ricordo quale fosse ma mi ricordo che ho pensato “questi sono diversi”. Deve essere stato un errore di programmazione, perché nonostante le playlist ripetitive di Radio Deejay non li sentì più. L’unica soluzione fu quindi di marinare scuola una mattina e prendere la corriera andare a Trento e prendermi un loro disco. Al De Marco non avevano niente ma al Domolux sì. Un’unica copia di “The Queen is Dead”.

Mentre tornavo a Stenico in corriera mi rigiravo tra le mani la copertina con Alain Delon (Il ribelle di Algeri) e leggevo i testi e mi dicevo “questi sono diversi”.

So I broke into the Palace, with a sponge and a rusty spanner…

Così mi sono ritrovato a imparare a memoria tutti i testi degli Smiths. E tutto questo aveva un unico scopo. Cantarli a squarciagola in compagnia di Gattomur in buona parte delle piazze storiche di Bologna.