San Patrizio

17 marzo 2009

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Ricordo di un San Patrizio di quindici anni fa.

Studiavo a Bologna e un venerdì sera andai al circolo ARCI la Vereda per una festa di San Patrizio. La classica festa di San Patrizio: birra, musica irlandese, tutto e tutti dipinti e vestiti di verde. Anch’io, delle mie amiche mi avevano colorato viso e capelli di verde smeraldo. All’epoca tornavo ogni sabato in Trentino per lavorare per cui le uscite di venerdì si prolungavano sempre fino alle sei del mattino quando avrei preso il treno per tornare a casa. Così anche quel, ormai, sabato mattina. L’unica differenza fu l’arrivo a casa: aprii la porta e vidi nello specchio la mia faccia e i miei capelli verdi. Avevo preso l’autobus notturno fino alla stazione, preso il biglietto, accomodato in scompartimento, sceso dal treno, camminato fino alla stazione delle corriere di Trento, preso un altro biglietto, seduto in corriera, sceso dalla corriera, attraversato Ponte Arche, fatto autostop fino a Stenico e nessuno che avesse fatto un commento.

La settimana seguente volli ripetere l’esperimento: partii con il pisello di fuori.

Fui trattenuto per due ore dalla polfer di Bologna.

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Pet Sematary

11 marzo 2009

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Questo post doveva intitolarsi A volte ritornano, come il racconto di Stephen King. Doveva contenere considerazioni sul fatto che due personaggi come Salvatore “Totò” Cuffaro e Clemente Mastella possano riaffacciarsi in primo piano alla politica. Le loro vicende, in un altro paese, li avrebbero destinati, per lo meno, a tenere un basso profilo finché non si fossero chiarite le loro posizioni. Non bisogna dimenticare che Cuffaro ha subito una condanna in primo grado a 5 anni ed all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati di favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio e che Mastella resta iscritto nel registro degli indagati per l’inchiesta Why Not (mentre sua moglia finisce ai domiciliari per il reato di concussione), oltre alla condanna politica di aver sabotato il governo di cui era ministro (della giustizia!). Ecco invece che l’uno viene candidato alle elezioni europee dal Partito della Libertà che si allea con il suo partito. L’altro, eletto senatore, entra nella commissione di vigilanza RAI. Sono classici esempi di questi ritorni. Diresti che siano spacciati eppure si staccano dalle corde e ritornano nella mischia. Ma non sono eccezioni nel panorama italiano. Sono anzi la regola. Una volta insediati nelle stanze di potere entri in possesso di un abbonamento a vita. Anche rimanendo qui in Trentino Mario Malossini rimane continuamente sulla cresta dell’onda. Anche qui non bisogna ricordarsi che è stato condannato in definitiva al reato di corruzione ed è tuttora coinvolto in un indagine della Guardia di Finanza. Nemmeno una malattia come un ictus cerebrale può allontanare un politico. Umberto Bossi, ancora nel suo letto d’ospedale si candida alle elezioni europee del 2004, mantenendosi per tutto il tempo segretario della Lega Nord. Nonostante le difficoltà fisiche causate dal suo stato è un ministro, di uno stato che fa fatica a riconoscere. Solo la morte impedisce il proseguimento della carriera politica – non è detto nemmeno questa: in Corea del Nord Kim Il Sung è tuttora Presidente eterno nonostante sia deceduto nel 1994; Silvio Berlusconi può meditare su questo dato.

Una domanda sorge spontanea: perché noi cittadini non siamo in grado di toglierli di mezzo?

A [edz]

8 gennaio 2009

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La foto che vedete mi è capitata tra le mani questa mattina. La scattò il mai troppo rimpianto Mario Crosta. Siamo ritratti io e [edz] ad una fiera agricola ad Avellengo. Penso sia l’anno 1997.

Quando, una ventina d’anni fa, cominciai a frequentare la provincia di Bolzano con una certa assiduità, mi accadde di essere vittima del suo fascino. Mi appariva una provincia insieme non-euclidea, nordica, medievale, garbata: la aromatizzava un incenso di spente gerarchie ecclesiastiche, tutto pareva nobile, rurale e insieme moderno. La terra lungo l’Adige e tra i monti vantava una storia intellettuale recente di singolare prestigio; la sua storia morale era quanto di meno italiano o austriaco si potesse immaginare. Era una provincia con Lederhosen e palette dei carabinieri, gourmand, tradizionale e illuminista. Avevo alle mie spalle, come esperienza di vita, lo sgangherato Trentino, ambiguamente riassunto nell’alleanza di strangolapreti, Campana dei Caduti, Marilleva 2000; e mi ritrovavo in una geometrica biblioteca, pensosa e affollata di fronti spaziose, sommessa e d’avanguardia. Un centro europeo che appariva curiosamente appartato, non si sa se offeso o deluso o solamente inteso alle proprie indagini severe. Il resto d’Europa, sembrava suggerire quel contegno, era più o meno portineria; ma lei, Athesis, abitava al piano nobile.

Veramente, le mie prime impressioni attorno agli abitanti della provincia di Bolzano tutto mi avevano provocato fuorché rispetto per i nazionalismi incrociati. Volitivi oratori curiosamente somiglianti a Krapp. Un pronome di possesso trasformato da un odioso vocativo di bambini viziati nell’acronimo del Piccolo Chimico Reloaded. Arrivando a Bolzano mi chiedevo: che potevano capire questi uomini severi e lievemente pomposi della loro provincia così pomposa e nient’affatto severa? Certo non avevano la mano leggera: ma non erano discendenti di montanari, militari e parenti di ecclesiastici? Certo, non erano dei voluttuosi, dei languidi: ma non avevano una solida grazia pascaliana, o una laica probità altoborghese? Ad avere nari specialmente arbitrarie non si poteva cogliere un brumoso sentore di anseatico cattolico, una squisitezza da Thomas Mann? Il Sudtirolo era una provincia nordica spinta troppo a sud dall’ultima glaciazione, un nobile regalo ad una nazione inguaribilmente meridionale.

Ogni città caldeggia un mito di se stessa: ovviamente una mistificazione ma non infondata né interscambiabile. Non posso chiamare Roma “fervida di operosità” né Milano “cinica e sorniona”, non posso compiacermi della “grassa cucina genovese” né deplorare la cauta avarizia bolognese; Bolzano non è cordiale, chiassosamente bigotta, come Napoli non è nota per il suo gelido aplomb. Bolzano è seria, per bene, operosa, ha stile, è colta, ha classe, è elegante, è discreta, è cortese, è all’avanguardia, è una capitale di un piccolo principato, che ha custodito solo l’anima contadina, pur bandendo i letamai dalla città.

Col tempo l’immagine altoatesina del Sudtirolo (o sudtirolese dell’Alto Adige?) ha subito una lenta ma chiara evoluzione. Il suo mito ha svelato, anno dopo anno la sua ambiguità; dalla cortesia trasuda qualcosa che sa di paura, la discrezione sfuma nella reticenza, lo stile si coagula in una sommessa omertà, la prestigiosità tecnica offre una base intellettuale ad un razzismo di classe, che è “bianco”, coloniale. L’unica qualità in cui pertinenza e duplicità si saldano è nel “per bene” sudtirolese, una correttezza lievemente, quasi fintamente irrigidita. Colpisce il visitatore il suo fastidio per gli anfibi, per i languori che non siano almeno impreziositi dal peccato, l’incomprensione per l’indulgenza, praticabile ma non teorizzabile.

Talora gli abitanti della provincia scrivono ai giornali. Io ho un amico, meranese, che talora mi legge dei brani scegliendo di volta in volta il più appropriato schietto accento locale; io provo la stessa sensazione lancinante che deve sconvolgere i cani sensibili quando ascoltano uno straziante suono di violino, e guaiscono impotenti. Citerò due esempi, a memoria, e dunque con qualche imprecisione. Economia e funzionalità: esiste su una statale dolomitica un catastrofico “chilometro della morte”; un lettore scrive proponendo che, almeno, lo si renda esente da divieti di parcheggio e limiti di velocità: “gli automobilisti saranno riconoscenti”. Per un titolo del Dolomiten brissinesi arrestati a Bilbao (Spagna), un lettore protesta: “tutti i brissinesi arrestati in Spagna risultano essere assenti dalla nostra provincia da almeno sei anni”.

Scriveva Karl Kraus che quel che ripugna nello sciovinismo non è l’odio per le patrie altrui, quanto l’amore per la propria.